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  Breve storia del Drappo Rosso lacerato "la marcia su Roma"   a cura di Francesco Mian   Al Convegno Nazionale dei Fascisti di Napoli, dopo l'allocuzione pronunciata da Mussolini in Piazza del Plebiscito nel pomeriggio del 24 ottobre 1922, iniziò in modo effettivo l'organizzazione per effettuare la "Marcia su Roma" da...
 
Breve storia del Drappo Rosso lacerato
"la marcia su Roma"
 
a cura di Francesco Mian
 
Al Convegno Nazionale dei Fascisti di Napoli, dopo l'allocuzione pronunciata da Mussolini in Piazza del Plebiscito nel pomeriggio del 24 ottobre 1922, iniziò in modo effettivo l'organizzazione per effettuare la "Marcia su Roma" da parte di tutti i fascisti organizzati in squadre di combattimento, le famose "Squadracce".
Secondo gli ordini superiori del " Duce " tutti i partecipanti alla marcia su Roma, sia in treno che su mezzi motorizzati o altri sistemi di trasporto, dovevano convergere su tre località precise: Civitavecchia, Tivoli e Monterotondo Scalo; da queste tre località si dovevano sviluppare le tre direttrici che portavano i partecipanti simultaneamente alle porte di Roma. Così avvennero i raduni nelle varie città d'Italia e le partenze in gruppi più o meno organizzati ma tutti diretti verso le cittadine indicate da Mussolini al grido di "a Roma! a Roma!". (Frase che doveva ricordare quella che Giuseppe Garibaldi gridò alle sue Camice Rosse: "Roma o Morte")
 
Le tre direttrici della Marcia su Roma 
 
 
Una numerosa schiera di partecipanti alla marcia giunse a Monterotondo Scalo dopo aver affrontato un lungo e faticosissimo viaggio a causa anche delle cattive condizioni atmosferiche che avevano reso le strade, per la maggioranza sterrate, in veri e propri pantani se non in fiumi di fango, dove i vecchi automezzi per lo più residuati della guerra 1915-18, faticavano ad avanzare. Non meglio andava per coloro che viaggiavano in ferrovia a causa dei presidi armati contrari alla marcia e di stanza nelle varie stazioni, oltre al fatto reale dei malandatissimi treni per altro anche sabotati e privi di personale pratico.
Man mano che la grande massa di uomini e mezzi avanzavano verso Roma si assisteva anche a cruenti e violentissimi scontri armati ed all'arma bianca dove, oltre a migliaia di feriti non mancarono alcuni morti da ambo le parti. Molte cellule dei "Rossi" furono incendiate e completamente distrutte ma difese eroicamente e con ritorsioni molto pesanti verso gli aggressori.
Tra i numerosi partecipanti alla marcia con direttrice Monterotondo Scalo c'erano anche molti giovanissimi ragazzi di 15, 16 e 17 anni provenienti dalle varie città della Toscana e dell'Emilia, giovani che per avventura o per poter sfogare la loro voglia di cambiamento erano scappati da casa imbrancandosi, senza alcun controllo, nelle squadracce.
 
29 ottobre 1922 - una colonna si avvicina alla Capitale 
 
Tra questi giovanissimi c'era un giovane di 16 anni figlio di un notissimo architetto di Pistoia, Ferdinando Pacini, e nipote di un conosciutissimo imprenditore Pistoiese fabbricante di organi e strumenti musicali, Filippo Tronci. Questo ragazzo aveva conosciuto, nella sua casa di villeggiatura a Pracchia sulle montagne pistoiesi, una signorina di Roma, la quale abitava nella zona dell'attuale Quirinale. Questo fu il motivo scatenante che portò il giovane ad abbandonare senza preavviso la sua casa toscana ed affrontare la faticosissima avventura. Arrivato a Monterotondo oltre a tutte le sofferenze date dal lungo viaggio intrapreso senza alcun mezzo di sostegno, con un freddo pungente e sotto le insistenti piogge che aumentavano il forte disagio, e le continue battaglie che ad ogni chilometro si svolgevano con inaudita violenza lasciando sul terreno morti e feriti, dovette assistere alla distruzione dei locali della famosa "Cellula Rossa" di Monterotondo Scalo, Cellula difesa strenuamente e con spargimento di sangue. Finita la battaglia, colui che comandò la difesa dei locali e della bandiera rossa, ordinando l'uso delle armi, fu preso dai fascisti ed impiccato ad un palo della luce; il macabro rituale e la ancora più macabra scena di morte fecero collassare il giovane che cadde senza sensi al terreno.
Tornata la calma, anche se soltanto apparente, iniziò la conta dei feriti e dei morti da ambo le parti; durante questa operazione si accorsero che in terra giaceva anche quel ragazzo svenuto per gli stenti del viaggio e per la fortissima emozione delle immagini alle quali aveva assistito; fu caricato insieme ai feriti sopra un carro da guerra e coperto con la Bandiera Rossa completamente lacerata e portato ad un ospedale romano, dove, dopo rapidissime controlli, venne dimesso e lasciato libero per Roma.
Quel ragazzo conservò sempre quel piccolo pezzo di drappo rosso che lo aveva scaldato durante il trasporto all'ospedale e che gli ricordava un'avventura veramente tragica che segnò tutta la sua vita. In un giornale dell'epoca pieno di naftalina lo stemma del Partito Comunista ricamato sul drappo rosso è giunto ai nostri giorni per ricordare un capitolo di storia che tra tanti dolori e disavventure ha contribuito a far grande la nostra Italia.
Oggi quel piccolo ritaglio di stoffa, che ricorda avvenimenti ormai antichi, si trova, incorniciato sotto vetro, presso l'abitazione privata del sig. Francesco Mian a Roma.